Rosario Livatino: il diritto, la fede e l’eredità morale del “giudice ragazzino”

5 min di lettura

Oggi 21 settembre ricorre l’anniversario della morte di Rosario Livatino, assassinato nel 1990 lungo la strada statale 640 Agrigento-Catanissetta dalla Stidda.
La sua figura ha sempre trasceso il ruolo di vittima della mafia, rappresentando anche oggi un modello in cui etica professionale, rigore giuridico e profonda fede cristiana si sono fusi, diventando  una grande testimonianza di vita.
Nato a Canicattí il 3 ottobre 1952, crebbe in un ambiente familiare ricco di valori morali e cristiani, una famiglia unita a cui il giudice era profondamente legato.
Il padre, Vincenzo Livatino, era un impiegato dell’Esattoria comunale, mentre la madre, Rosalia Corbo, apparteneva a una famiglia locale di buona estrazione sociale.
L’educazione ricevuta in casa si riflette sin dalla più giovane età nella condotta di vita di Rosario: sobria, schiva, improntata a un profondo rispetto per le istituzioni e da una riservatezza quasi d’altri tempi.
Dopo aver conseguito la maturità  classica al Liceo “Ugo Foscolo” di Canicattì con il massimo dei voti, si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Palermo.
Nel 1975 si laureò a soli ventidue anni cum laude, dimostrando spiccata attitudine per le discipline giuridiche.
Fu costantemente guidato nel suo percorso umano e professionale dalla sua fede, vissuta senza ostentazione alcuna.
Dopo la sua morte, nelle sue agende personali fu trovata una sigla ricorrente, S.T.D.  – Sub Tutela Dei – Sotto la protezione di Dio –  a comprova della sua grande fede che ispirava ogni scelta quotidiana.
Entrato in magistratura nel 1978, fece un breve passaggio all’Ufficio del Registro di Agrigento, per essere successivamente assegnato alla Procura della Repubblica di Agrigento in qualità di sostituto procuratore.
Vi rimase fino al 1989, anno in cui passò alla Sezione Civile del Tribunale di Agrigento come giudice a latere.
Era l’epoca in cui il fenomeno mafioso nell’Agrigentino veniva ancora sottovalutato o combattuto con strumenti tradizionali: il giudice Rosario Livatino intuì prima di altri la trasformazione delle organizzazioni criminali locali.
Fu tra i primi a comprendere il peso operativo della Stidda, frangia criminale autonoma in contrapposizione a Cosa Nostra.
Nel suo metodo di lavoro, il “giudice ragazzino” utilizzava il rigore documentale e finanziario applicando con grande intuito e precisione la legge Rognoni-La Torre, disponendo sequestri e confische di beni patrimoniali contro le famiglie mafiose del territorio.
Profonda era la sua conoscenza del codice, che gli consentì di formulare capi d’imputazione solidi, capaci di reggere nei successivi gradi di giudizio.
Nonostante la delicatezza delle indagini e i pericoli che correva, rifiutò le scorte e qualsiasi forma di visibilità mediatica: per lui, il magistrato doveva parlare esclusivamente attraverso i propri provvedimenti.
Rosario Livatino manifestò sempre una visione moderna e umanissima della giurisdizione: per lui la giustizia non doveva essere espressione di sentimenti di vendetta, ma piuttosto uno strumento di ricomposizione dell’ordine sociale fondato sul rispetto della dignità   di ogni persona, incluso l’imputato.
La mattina del 21 settembre 1990, Rosario Livatino era in viaggio da Canicattí verso il Tribunale di Agrigento a bordo della sua Ford Fiesta amaranto.
Viaggiava solo, senza scorta, come faceva di solito.
All’altezza del viadotto Gasena sulla SS 640, la sua auto venne affiancata da una Fiat Uno e da una motocicletta con a bordo quattro killer appartenenti agli stiddari di Palma di Montechiaro e Canicattì.
Speronato, cercò di fuggire a piedi verso la scarpata adiacente ma venne ferito dalle prime raffiche di fucile e pistola, sparati dal commando che lo raggiunse in un campo isolato.
Prima di morire, le sue ultime parole, rivolte agli assassini, furono disarmanti : “Picciotti, che cosa vi ho fatto?”.
La morte di Rosario Livatino scosse le istituzioni e l’opinione pubblica italiana.
La definizione di “giudice ragazzino”, gli fu data dall’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga nel quadro di un dibattito politico sulle nomine in magistratura.
Con il tempo, l’espressione é stata reinterpretata come simbolo di una gioventù pura e coraggiosa al servizio della collettività.
Il processo penale condannò all’ergastolo gli esecutori e i mandanti dell’agguato.
Negli anni successivi, proprio uno dei killer del commando manifesterà  un profondo pentimento umano e spirituale.
Il 9 maggio 2021 Rosario Livatino fu proclamato Beato nella Cattedrale di Agrigento da Papa Francesco, definito “martire della giustizia e della fede”, il primo magistrato nella storia della Chiesa a essere proclamato tale.
Ogni anno l’anniversario della sua morte ne ricorda il  sacrificio, un richiamo fondamentale al valore dell’integrità morale e del cammino di fede con cui ha affrontato il suo magistero.
Rosario Livatino ha dimostrato che il rispetto delle leggi e il dovere professionale possono diventare, anche nei contesti più  difficili, una forma eroica di testimonianza civica, un esempio per tutti.

LE PAROLE DI RENATO SCHIFANI 

Renato Schifani lo ha definito “giudice rigoroso e uomo di fede”, auspicando che il suo esempio continui a guidare le istituzioni. 
“Sono trascorsi trentasei anni dal sacrificio di Rosario Livatino, giovane giudice siciliano e uomo delle istituzioni-afferma il presidente della Regione Siciliana – che ha pagato con la vita l’impegno rigoroso nel contrasto alla criminalità organizzata e l’incorruttibile fedeltà ai principi di giustizia e legalità”.
“Animato da un’incrollabile fede religiosa – prosegue –  ha interpretato il ruolo di magistrato come una missione laica al servizio dello Stato, senza scendere mai a compromessi e contribuendo, con il suo esempio e la sua azione, al riscatto della nostra terra”.
“Nel 2021 la Chiesa ha riconosciuto il suo sacrificio – conclude –  proclamandolo beato e martire della giustizia e della fede: un’eredità morale e un rigore che devono continuare a ispirare l’azione di quanti ricoprono incarichi istituzionali, richiamando ciascuno di noi al dovere di operare con integrità, responsabilità e nell’esclusivo interesse dei cittadini”.

Lascia un commento