Il “sistema Agrigento” non è stato sconfitto: Ha aperto le porte a nuovi inquilini

Una parte della sinistra e dell’associazionismo, prima alleata anche dall’esterno con i vecchi equilibri, oggi è entrata direttamente nelle stanze del potere. E lo stesso Sodano ha ammesso di avere cercato un accordo con una parte del centrodestra per approvare il PEF e l’aumento della Tari
Ad Agrigento non c’è stata alcuna rivoluzione politica. Il cosiddetto “sistema Agrigento” non è stato sconfitto dalle elezioni che hanno portato Michele Sodano a Palazzo dei Giganti. Ha semplicemente cambiato configurazione, linguaggio e compagni di viaggio.
I vecchi meccanismi di gestione del potere sono rimasti sostanzialmente intatti. A cambiare sono stati alcuni interpreti e, soprattutto, la posizione occupata da una parte della sinistra cittadina, dell’ambientalismo e dell’associazionismo.
Quell’area che negli anni passati si presentava come alternativa, coscienza critica o controllore esterno del potere oggi è entrata direttamente nel sistema. Non per smantellarlo, almeno stando ai primi atti e alle prime dinamiche politiche, ma per gestirne una parte secondo le proprie logiche, occupando spazi politici e istituzionali.
È questa la vera novità uscita dalle urne.
Non la fine del “sistema Agrigento”, ma il suo allargamento.
Il sistema non è un uomo, un partito o una giunta
Per comprendere ciò che sta accadendo bisogna liberarsi da un equivoco. Il “sistema Agrigento” non coincide con un singolo politico, con un deputato regionale, con una lista elettorale o con una determinata amministrazione.
È un metodo.
È una rete di relazioni politiche, amministrative, professionali, associative ed economiche che sopravvive alle elezioni, cambia interlocutori, si adatta ai nuovi equilibri e continua a esercitare la propria influenza sulle decisioni pubbliche.
Un sistema nel quale cambiano i sindaci e gli assessori, ma restano molti dirigenti, funzionari, procedure, consulenti, interlocutori privilegiati e criteri di selezione.
Un sistema che non ha necessariamente bisogno di ordini espliciti, perché vive di rapporti consolidati, silenzi reciproci, convenienze, promesse, riconoscimenti e accordi politici.
Per questo pensare che sarebbe bastata l’elezione di Michele Sodano per cancellarlo era politicamente ingenuo. E forse qualcuno non aveva alcuna intenzione di cancellarlo.
Chi prima bussava alla porta oggi è entrato nella stanza
Una parte della sinistra agrigentina e dell’associazionismo non era realmente estranea al sistema. Negli anni lo ha spesso accompagnato, sostenuto o legittimato anche dall’esterno, scegliendo di volta in volta le battaglie da combattere e quelle sulle quali mantenere un prudente silenzio.
Oggi quella stessa area non si limita più a esercitare pressione dall’esterno. È entrata direttamente nella gestione politica della città.
La presenza in giunta dell’assessore Riccobene, espressione del mondo di Legambiente, rappresenta uno degli elementi politici più evidenti. Un’associazione che dovrebbe conservare autonomia, capacità di controllo e libertà di denuncia si trova oggi rappresentata all’interno dell’amministrazione comunale.
Questo non costituisce, naturalmente, alcun illecito. È però un fatto politico che pone questioni inevitabili.
Chi controllerà il controllore? Quale autonomia potrà conservare un’associazione quando una propria espressione partecipa direttamente alla gestione amministrativa? Con quale libertà potrà denunciare ritardi, omissioni o decisioni sbagliate della stessa giunta nella quale è politicamente rappresentata?
Il problema non riguarda soltanto Legambiente. Lo stesso ragionamento vale per altri segmenti dell’associazionismo cittadino entrati nell’orbita dell’amministrazione attraverso manifestazioni, iniziative culturali, patrocini, concessioni di spazi pubblici e rapporti politici.
Il rischio è evidente: l’associazionismo smette di essere corpo intermedio tra cittadini e istituzioni e diventa parte dell’apparato di governo e di costruzione del consenso.
L’ammissione di Sodano: l’accordo per approvare l’aumento della Tari
A dimostrare indirettamente che il “sistema Agrigento” non è stato sconfitto è stato lo stesso sindaco Michele Sodano.
Parlando della mancata approvazione del PEF e dell’aumento della Tari nella seduta del 31 luglio, il sindaco ha fatto riferimento all’esistenza di un «accordo con il Consiglio» che avrebbe dovuto consentire l’approvazione del provvedimento.
Ma che cosa significa politicamente un “accordo con il Consiglio”?
Sodano dispone di appena cinque consiglieri comunali, mentre il centrodestra può contare complessivamente su diciannove eletti. È quindi evidente che nessun accordo consiliare avrebbe potuto reggersi esclusivamente sulle forze che hanno sostenuto il sindaco durante la campagna elettorale.
Per approvare il PEF e l’aumento della Tari era indispensabile il sostegno, o almeno la disponibilità, di una parte del centrodestra.
L’ammissione del sindaco dimostra dunque che un’interlocuzione politica c’era stata. Un’intesa raggiunta o ricercata con una parte del centrodestra, che non sarebbe poi andata in porto proprio perché non condivisa o garantita dall’intero schieramento.
Se l’accordo fosse stato realmente concluso con tutto il centrodestra, i numeri per approvare il provvedimento sarebbero stati più che sufficienti. La sua bocciatura suggerisce invece che il confronto abbia coinvolto soltanto una parte della coalizione e che qualcuno, al momento decisivo, non abbia rispettato gli impegni politici assunti o attribuiti.
Che cosa prevedeva quell’accordo?
Dialogare con il Consiglio comunale è legittimo e necessario. Un sindaco privo di una maggioranza autonoma ha il dovere di confrontarsi con tutte le forze politiche.
Ma il dialogo istituzionale è una cosa. Un accordo politico è un’altra.
Quando il sindaco parla pubblicamente di un accordo, i cittadini hanno il diritto di sapere con chi sia stato raggiunto, chi avrebbe dovuto garantire i voti e quali condizioni politiche fossero state poste.
Che cosa prevedeva quell’accordo? Con quali gruppi o consiglieri era stato definito? Chi aveva garantito i voti necessari? L’intesa riguardava soltanto il PEF e l’aumento della Tari oppure comprendeva anche altri provvedimenti, incarichi, nomine o futuri equilibri amministrativi?
Sono domande politiche legittime, alle quali il sindaco dovrebbe rispondere con chiarezza.
Non si può raccontare agli agrigentini di avere sconfitto il vecchio sistema e contemporaneamente ammettere di avere raggiunto, o tentato di raggiungere, un accordo con una parte delle forze che quel sistema avrebbero rappresentato.
Il fatto che l’operazione non sia andata in porto non cancella l’accordo. Al contrario, ne rivela l’esistenza e la fragilità.
Sodano avrebbe dialogato con una parte del centrodestra, probabilmente convinto di poterne ottenere i voti necessari, ma senza avere dalla propria parte l’intera coalizione.
La bocciatura del PEF ha fatto emergere ciò che la narrazione del cambiamento tentava di nascondere: l’amministrazione Sodano, non avendo una maggioranza consiliare autonoma, deve necessariamente cercare sostegno proprio dentro quel centrodestra che durante la campagna elettorale veniva indicato come il sistema da superare.
Il linguaggio è nuovo, i metodi molto meno
La nuova amministrazione si è presentata come espressione del cambiamento, della partecipazione e del rinnovamento. Ma il cambiamento non si misura attraverso le parole, le fotografie, gli eventi o la comunicazione sui social.
Si misura attraverso gli atti.
E gli atti raccontano una realtà molto più complessa.
Le procedure negoziate e gli affidamenti tramite inviti continuano a prevalere in settori nei quali sarebbe politicamente opportuno garantire la massima apertura e partecipazione. Le gare aperte, che permetterebbero a tutte le imprese in possesso dei requisiti di concorrere e all’amministrazione di ottenere ribassi potenzialmente più consistenti, sembrano diventate quasi un’eccezione.
Sul fronte degli strumenti finanziari, la città continua ad attendere chiarezza su bilanci, consuntivi, preventivi, scadenze e reale situazione delle casse comunali.
Sull’emergenza idrica di Maddalusa, nonostante mozioni, consigli comunali, tavoli e dichiarazioni, migliaia di cittadini continuano a vivere in una condizione che Report Sicilia denuncia da mesi.
Su Aica non si vede ancora quella rottura netta che sarebbe necessaria dopo anni di debiti, disservizi e responsabilità politiche distribuite tra amministratori, sindaci e organismi di controllo.
Sulla trasparenza degli atti, sulle nomine, sugli incarichi e sull’organizzazione degli uffici non è ancora arrivato quel cambiamento radicale che gli agrigentini avevano il diritto di aspettarsi.
Se cambiano i colori politici ma restano i metodi, non è stato sconfitto alcun sistema.
L’occupazione politica degli spazi associativi
Il fenomeno più interessante è rappresentato proprio dalla trasformazione di alcune associazioni.
Per anni una parte di questo mondo si è presentata come indipendente dalla politica. In realtà, in numerose occasioni, ha camminato accanto alla politica, sostenendo determinate amministrazioni, partecipando a iniziative pubbliche, dialogando con gli stessi protagonisti del potere locale e mantenendo rapporti con precisi settori istituzionali.
Oggi quella collaborazione esterna è diventata partecipazione diretta.
Il salto è importante: prima si influenzava il sistema dall’esterno; oggi si tenta di governarlo dall’interno.
E così la sinistra che avrebbe dovuto contestare il vecchio metodo rischia di diventarne una componente organica. Non più forza di rottura, ma nuova area di gestione. Non più alternativa, ma socio politico.
Si continua a parlare di partecipazione, ambiente, diritti, cultura e inclusione. Temi importanti, che nessuno mette in discussione. Ma anche le parole più nobili possono diventare strumenti di costruzione del consenso se non sono accompagnate da trasparenza, coerenza e autonomia.
Non basta organizzare manifestazioni, concedere patrocini o riempire il calendario di eventi per cambiare Agrigento.
Bisogna spiegare chi decide, chi organizza, chi sostiene le spese, chi riceve spazi pubblici, quali rapporti esistono tra associazioni e amministratori e attraverso quali criteri vengono effettuate le scelte.
Una sinistra che non abbatte il sistema ma pretende di ereditarlo
La sensazione è che una parte della sinistra agrigentina non abbia combattuto il sistema per eliminarlo. Lo ha criticato quando ne restava esclusa e oggi, dopo essere entrata nelle stanze del potere, pretende di amministrarlo a modo proprio.
È una differenza sostanziale.
Abbattere un sistema significa modificare radicalmente le procedure, aprire gli atti, rendere pubblici i criteri delle nomine, ampliare la partecipazione alle gare, rompere i rapporti di dipendenza, eliminare le corsie preferenziali e consentire ai cittadini di conoscere ogni passaggio delle decisioni pubbliche.
Entrare nel sistema significa, invece, sostituire alcuni beneficiari con altri senza cambiare realmente il meccanismo.
È ciò che sta accadendo ad Agrigento?
I primi mesi di amministrazione impongono almeno di formulare la domanda. La risposta non può essere affidata ai comunicati stampa o alla propaganda social, ma agli atti amministrativi e ai risultati prodotti per la città.
Una coabitazione tra vecchi protagonisti e nuovi inquilini
Il quadro che emerge è quello di una nuova coabitazione politica.
Da una parte rimangono pezzi del vecchio sistema, capaci ancora di condizionare i numeri del Consiglio comunale e le principali decisioni amministrative. Dall’altra troviamo una parte della sinistra, dell’ambientalismo e dell’associazionismo che, anziché smantellare quel sistema, è entrata al suo interno per conquistarne e amministrarne alcuni spazi.
In mezzo c’è il sindaco Sodano, eletto promettendo il cambiamento ma costretto, per sua stessa ammissione, a cercare accordi con una parte del centrodestra per tentare di approvare provvedimenti fondamentali come il PEF e l’aumento della Tari.
Non si è verificata una rottura. Si sta tentando di costruire un nuovo equilibrio.
Il sistema non è stato espulso dal Comune. È rimasto negli apparati, nelle relazioni consolidate, nelle procedure, nei silenzi e nei rapporti politici che continuano a condizionare Palazzo dei Giganti.
La vera novità è che oggi quel sistema è diventato più largo. Ha accolto soggetti che prima lo sostenevano, lo accompagnavano o provavano a influenzarlo dall’esterno.
Report Sicilia continuerà a guardare gli atti
Report Sicilia continuerà a controllare ogni determina, ogni affidamento, ogni incarico, ogni patrocinio e ogni scelta amministrativa.
Non ci interessano le etichette di destra, di sinistra, civiche, ambientaliste o progressiste. Ci interessano gli atti, i soldi pubblici, le procedure, gli accordi politici e i risultati concreti per Agrigento.
Chi è entrato nel Palazzo promettendo di cambiare il sistema deve sapere che sarà giudicato con ancora maggiore severità, proprio perché aveva promesso di rappresentarne l’alternativa.
E chi ha parlato di un accordo con il Consiglio per approvare l’aumento della Tari ha il dovere di spiegare alla città con chi avesse stretto quell’accordo, che cosa prevedesse e perché sia fallito.
Ad Agrigento il sistema non è morto.
Ha semplicemente aperto le porte a nuovi inquilini.





