Democrazia Cristiana nel caos: due leader, un simbolo e un congresso

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«Quando io uso una parola», dice Humpty Dumpty ad Alice, «significa esattamente quello che decido io». Nella Democrazia Cristiana, in queste ore, la parola contesa è «congresso», e a stabilirne il significato sono in due, con esiti opposti.

Che cosa ha deciso la Direzione

Riunita il 23 ottobre 2026, la Direzione nazionale della Dc ha preso atto di una decisione del Collegio dei Probiviri che, secondo il comunicato, ha confermato Carmelo Pace nelle funzioni di segretario nazionale, sconfessando i provvedimenti adottati da Gian Piero Samorì. Da qui la sospensione cautelare di Samorì, il suo deferimento ai Probiviri e la richiesta di espulsione dal partito. Il motivo indicato sono «gravissime violazioni statutarie»; il testo della decobrazia cristiana, però, non dice quali.

Il nome, il simbolo, il congresso

La Direzione diffida Samorì dall’utilizzare denominazione e simbolo della Democrazia Cristiana e disconosce l’iniziativa che lui ha annunciato come congresso. La ritiene illegittima e nulla, perché promossa in violazione dello Statuto. «Quello annunciato non è un congresso della Democrazia Cristiana», si legge, ma «un’iniziativa che impegna esclusivamente Samorì e i suoi sostenitori». Nessuna decisione o nomina assunta in quella sede, avverte il comunicato, potrà impegnare il partito.

Restano pienamente in carica, sempre secondo la Direzione, gli organi esistenti: Pace segretario nazionale e Renato Grassi presidente del Consiglio nazionale.

Come si è arrivati allo scontro

La frattura non nasce ieri. Dopo le dimissioni di Totò Cuffaro dalla segreteria, nel novembre 2025, la guida del partito è passata al vice vicario Samorì come segretario facente funzioni. Nei mesi successivi il clima interno si è fatto sempre più teso: in estate Samorì aveva sospeso il segretario regionale siciliano Stefano Cirillo, provvedimento contestato da una parte del partito, mentre la Direzione confermava tre commissari regionali per l’Isola e l’ex europarlamentare Francesca Donato lasciava la Dc. Il 13 ottobre, secondo quanto riportato dalla stampa siciliana, una Direzione riunita a Roma aveva già deferito Samorì ai Probiviri in relazione alla sua carica di vicepresidente nazionale.

Una sola versione, per ora

Va detto con chiarezza: la ricostruzione di oggi poggia su un unico documento, il comunicato della Direzione nazionale, cioè di una delle parti in lite. Non è disponibile il testo della decisione dei Probiviri, non sono note le specifiche contestazioni statutarie e non risulta, al momento, una replica di Samorì. Se il suo congresso sia valido o no è una questione di Statuto, che spetterà agli organi di garanzia del partito e, in ultima istanza, a un eventuale giudice.

Sul piano pratico, la domanda che i militanti si pongono è semplice: chi ha titolo per convocare gli iscritti, firmare gli atti e rappresentare il partito davanti a istituzioni e alleati? Finché i Probiviri non si pronunceranno sul deferimento, e finché un’eventuale sede giudiziaria non chiarirà la validità degli atti contestati, la risposta dipenderà da chi la dà. Le prossime ore, con lo svolgimento dell’iniziativa annunciata da Samorì, diranno quanto seguito abbia davvero.

Resta il dato politico: due gruppi dirigenti, un solo nome e un solo simbolo, e ciascuno convinto di essere l’unico a poterli usare. Per un partito che richiama una storia lunga, non è un buon modo di cominciare un nuovo corso.

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