Caso Crosta, La Vardera punta il dito contro la Soprintendenza: Giusto fare luce sui 15 anni di silenzio, ma chi non presentò i documenti?

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l leader di Controcorrente presenta un’interpellanza alla Regione e chiede di verificare eventuali omissioni, favoritismi e responsabilità. Un’iniziativa necessaria, che però non può trasformare l’inerzia degli uffici in un’assoluzione politica per chi, già nel 2011, non produsse le integrazioni richieste

Ismaele La Vardera porta il caso Crosta all’Assemblea regionale siciliana e chiede al governo Schifani di fare luce su quella che definisce la «zona d’ombra delle Soprintendenze».

L’iniziativa è legittima e necessaria.

Quindici anni per definire un procedimento amministrativo sono un tempo enorme, difficilmente giustificabile e incompatibile con il principio di buon andamento della pubblica amministrazione.

Ma la vicenda non può essere raccontata soltanto come la storia di una pratica regolare dimenticata dentro un cassetto.

Dallo stesso provvedimento richiamato da La Vardera emerge infatti un elemento fondamentale: la documentazione integrativa richiesta dalla Soprintendenza nel giugno 2011 non sarebbe mai stata prodotta.

E allora le domande sono due, non una soltanto.

Perché la Soprintendenza ha impiegato quindici anni per chiudere negativamente il procedimento?

Ma anche: perché Giovanni Crosta non ha presentato i documenti richiesti per completare la pratica?

L’interpellanza di La Vardera

La Vardera ha indirizzato la propria interpellanza al presidente della Regione Renato Schifani, all’assessore regionale dei Beni culturali e al dirigente generale del Dipartimento.

Il parlamentare ricostruisce la vicenda dell’immobile di contrada Zingarello, riconducibile all’ex vicesindaco Giovanni Crosta, ricordando che l’istanza venne presentata nel maggio 2011 e che già nel giugno successivo la Soprintendenza chiese una serie di integrazioni documentali.

Documentazione che, secondo quanto risulta dal provvedimento conclusivo, non venne mai trasmessa.

La Vardera pone quindi una domanda precisa:

perché sono serviti quindici anni per dire di no?

L’interpellanza chiede di conoscere il numero complessivo delle pratiche pendenti presso tutte le Soprintendenze siciliane, quante siano ferme da oltre cinque, dieci o quindici anni e quante risultino sospese nonostante la mancata produzione delle integrazioni richieste.

Vengono domandati anche i tempi medi di definizione dei procedimenti, le direttive impartite dal Dipartimento regionale e una relazione completa sulla pratica di contrada Zingarello, con l’indicazione degli atti compiuti, degli eventuali solleciti, dei responsabili del procedimento e delle ragioni del ritardo.

Non solo.

La Vardera chiede che siano verificate eventuali omissioni, interferenze, pressioni, favoritismi e persino possibili connivenze, qualora dovessero emergere dagli atti.

Parole molto pesanti.

Adesso occorre attendere risposte altrettanto precise.

La Soprintendenza deve spiegare perché non chiuse prima la pratica

Su un punto La Vardera ha certamente ragione.

Se la documentazione integrativa non era stata prodotta, la Soprintendenza avrebbe dovuto definire il procedimento in tempi ragionevoli, adottando il provvedimento previsto dalla legge: archiviazione, improcedibilità o diniego, a seconda della disciplina applicabile e dello stato effettivo della pratica.

Non è accettabile che un fascicolo rimanga sospeso per quindici anni.

Non è accettabile che venga definito soltanto dopo l’inchiesta di Report Sicilia, la pubblicazione degli atti e l’esplosione del caso politico.

La coincidenza temporale impone un chiarimento.

Se Report Sicilia non avesse acceso i riflettori sull’immobile di contrada Zingarello, per quanto tempo ancora quella pratica sarebbe rimasta senza una conclusione?

La Soprintendenza deve spiegare chi avesse la responsabilità del procedimento, quali attività siano state svolte dal 2011 al 2026 e perché non si sia provveduto prima.

Su questo l’interpellanza può finalmente aprire uno squarcio non soltanto sul caso Crosta, ma sul funzionamento complessivo delle Soprintendenze siciliane.

Ma Crosta non può scomparire dalla vicenda

Attenzione, però, a non spostare completamente il bersaglio.

La responsabilità dell’Amministrazione per il ritardo non cancella quella del richiedente rispetto alla mancata integrazione della pratica.

Il provvedimento della Soprintendenza riferisce che l’istanza venne presentata personalmente da Giovanni Crosta il 23 maggio 2011 e che, il successivo 23 giugno, gli venne richiesta documentazione integrativa.

Tra i documenti mancanti figuravano elementi essenziali per valutare il procedimento: la relazione descrittiva dell’abuso, il progetto architettonico, l’indicazione dell’epoca di costruzione e la copia integrale della domanda di sanatoria presentata al Comune.

Perché quei documenti non furono prodotti?

Crosta ricevette la richiesta?

Presentò solleciti negli anni successivi?

Contestò l’inerzia della Soprintendenza?

Chiese formalmente la conclusione del procedimento?

Diffidò l’Amministrazione?

Oppure lasciò che la pratica rimanesse sospesa per quindici anni?

Sono interrogativi essenziali perché una pratica incompleta non può essere trasformata, attraverso il racconto politico, nella storia di un cittadino che attendeva soltanto una risposta da parte degli uffici.

Qui la risposta non arrivò per quindici anni, ed è gravissimo.

Ma, nello stesso tempo, i documenti richiesti non sarebbero mai stati consegnati.

Anche questo è un fatto.

La Vardera non trasformi l’inchiesta sugli uffici in una difesa indiretta di Crosta

Report Sicilia apprezza il fatto che La Vardera abbia portato la vicenda davanti alla Regione.

È esattamente ciò che dovrebbe fare la politica quando emergono ritardi amministrativi così clamorosi.

Tuttavia, l’interpellanza non può diventare uno strumento per ribaltare il caso, spostando tutta l’attenzione sulla Soprintendenza e facendo passare in secondo piano la condotta del soggetto che aveva presentato l’istanza.

La Vardera ha espulso Crosta da Controcorrente dopo avere riconosciuto la gravità politica delle questioni sollevate dalla nostra inchiesta.

Adesso deve mantenere la stessa chiarezza.

Indagare sull’eventuale inerzia della Soprintendenza non significa riabilitare politicamente l’ex vicesindaco e neppure cancellare le domande rimaste aperte.

La Soprintendenza deve spiegare perché non abbia deciso per quindici anni.

Crosta deve spiegare perché non abbia integrato la documentazione.

Le due responsabilità, se accertate, possono coesistere.

Restano i lavori apparentemente eseguiti negli ultimi anni

L’interpellanza regionale, inoltre, riguarda il procedimento avviato nel 2011, ma non esaurisce l’inchiesta di Report Sicilia.

Restano da chiarire gli interventi apparentemente realizzati sull’immobile negli ultimi anni: pavimentazioni, recinzioni, scale, modifiche interne, rifacimento del prospetto e sostituzione del cancello.

Per questi lavori sono stati presentati titoli edilizi?

Esistono autorizzazioni paesaggistiche?

Chi li ha commissionati?

Chi li ha pagati?

Quale impresa li ha eseguiti?

Sono state emesse fatture?

E soprattutto: il Comune di Agrigento e la Polizia locale hanno effettuato il sopralluogo richiesto? Hanno acquisito la documentazione? Hanno verificato la regolarità degli interventi?

Su questi punti l’interpellanza di La Vardera non fornisce risposte.

E non potrebbe farlo, perché le verifiche competono innanzitutto agli uffici comunali e agli organi preposti al controllo del territorio.

Adesso si aprano tutti i fascicoli

La Vardera scrive che «i cassetti non possono essere zone franche».

Siamo perfettamente d’accordo.

Si apra, dunque, il fascicolo della Soprintendenza.

Si acquisisca ogni atto dal 2011 al 2026.

Si accerti chi avesse la responsabilità del procedimento.

Si verifichi se siano stati inviati solleciti e se esistano altre pratiche rimaste sospese nelle stesse condizioni.

Ma si apra integralmente anche il fascicolo comunale dell’immobile.

Si verifichino la domanda di sanatoria, i titoli eventualmente rilasciati, le opere apparentemente realizzate negli ultimi cinque anni e tutte le comunicazioni intercorse tra Crosta, il Comune e la Soprintendenza.

La trasparenza non può funzionare a metà.

Non può essere utilizzata soltanto per mettere sotto accusa gli uffici regionali, lasciando sullo sfondo il comportamento di chi aveva il dovere di produrre la documentazione richiesta.

Quindici anni di ritardo, ma anche quindici anni senza integrazioni

Il caso Crosta presenta certamente una grave anomalia amministrativa.

Una pratica non può restare sospesa per quindici anni e poi essere definita proprio quando esplode mediaticamente.

La Regione deve accertare se si sia trattato di inefficienza, omissione, negligenza o di qualcosa di ancora più grave.

Ma la domanda completa è questa:

perché la Soprintendenza non chiuse prima il procedimento e perché Crosta non presentò mai i documenti richiesti?

Se La Vardera vuole davvero illuminare ogni zona d’ombra, deve pretendere entrambe le risposte.

Non una soltanto.

Perché quindici anni di silenzio amministrativo meritano una spiegazione.

Ma la merita anche una richiesta di integrazione documentale rimasta senza risposta per gli stessi quindici anni.

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