Caro Sergio Criminisi, non chiamare “guerra” il giornalismo che racconta fatti e documenti

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Caro Sergio Criminisi, non è la prima volta che un tuo post, un tuo commento o una tua vignetta finisce per offrire l’occasione a personaggi di poco conto di riaccendere la macchina del fango contro Report Sicilia e contro chi, ogni giorno, mette faccia, denaro, salute e tempo nel tentativo di migliorare questa città.

Nel tuo ultimo intervento scrivi che «tutte le guerre, anche quelle politiche, non hanno mai vincitori» e sostieni che ad Agrigento sarebbe in corso una lotta assurda e inutile tra poteri politici, combattuta sulla pelle dei cittadini.

Un ragionamento apparentemente condivisibile, ma che rischia di mettere sullo stesso piano realtà profondamente diverse: chi amministra, chi è chiamato a rispondere delle proprie decisioni e chi, come noi, quelle decisioni le controlla, pubblica i documenti, pone domande e informa i cittadini.

No, Sergio: questa non è una guerra. E Report Sicilia non è un esercito.

Noi non stiamo combattendo per conquistare una poltrona, vendicare una sconfitta elettorale o regolare conti personali. Stiamo facendo informazione. Raccontiamo fatti, pubblichiamo atti, mostriamo fotografie e video, chiediamo chiarimenti e, quando le dichiarazioni pubbliche vengono smentite dai documenti, lo diciamo senza abbassare lo sguardo.

Eppure basta utilizzare parole come “guerra”, “provocazioni”, “livore” o “sconfitta elettorale” perché sotto quei post si raccolga immediatamente il solito coro. C’è chi parla di “oche giulive”, chi di “pulcinellata”, chi attribuisce ogni denuncia giornalistica al rancore politico. Tutto, naturalmente, senza entrare nel merito di una sola notizia e senza smentire un solo documento.

È proprio questo il punto: certi post, anche quando nascono forse con intenzioni diverse, finiscono per costruire una cornice comoda dentro la quale chiunque può delegittimare il nostro lavoro senza confrontarsi con i fatti.

Non è così che si fa.

Sergio, vuoi continuare a pubblicare ciò che ritieni? Fallo. È un tuo diritto e nessuno intende limitarlo. Ma è anche nostro diritto evidenziare gli effetti di una comunicazione che, volontariamente o involontariamente, offre spazio e argomenti a chi aspetta soltanto un pretesto per attaccare Report Sicilia e Giuseppe Di Rosa sul piano personale.

Noi non perderemo tempo nelle guerre. Non ci interessa alimentare risse social e non abbiamo mai cercato la vita privata di qualcuno per colpirlo come persona. Quando una vicenda privata assume rilevanza pubblica perché riguarda un amministratore, le sue dichiarazioni, le sue deleghe o il rispetto delle regole, allora diventa una notizia. Ed è nostro dovere raccontarla.

La differenza è tutta qui: noi diamo le notizie e, quando veniamo insultati o falsamente accusati, ci difendiamo. Difendersi non significa attaccare. Replicare non significa perseguitare. Pubblicare documenti non significa gettare fango.

Il fango è quello utilizzato per evitare di rispondere alle domande.

Report Sicilia continuerà a occuparsi dei problemi veri della città: dell’acqua negata, delle famiglie abbandonate, delle condizioni delle scuole, dei lavori pubblici, dei rifiuti, della trasparenza amministrativa e della condotta di coloro che esercitano funzioni pubbliche.

Lo faremo anche quando le notizie daranno fastidio. Lo faremo anche se proveranno a presentarci come “nemici” della città. Perché Agrigento non ha bisogno del silenzio e neppure di una pace costruita nascondendo i fatti sotto il tappeto.

Ha bisogno di verità, responsabilità e risposte.

Caro Sergio, rifletti: prima di parlare genericamente di “guerra”, bisognerebbe distinguere chi esercita il potere da chi lo controlla. Confondere i due ruoli non aiuta la città. Aiuta soltanto chi non vuole rispondere nel merito.

Tu continua pure a esprimerti. Noi continueremo a essere sul pezzo, a raccontare come stanno le cose e a difendere il nostro lavoro da chi tenta di trasformare una notizia documentata in una faida personale.

Non facciamo guerre. Facciamo giornalismo.

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