Agrigento, Scaro Cafe: Ci dissero «bugiardi», «pseudo giornalisti» e «tutto era regolare». Poi arriva la contestazione della DIGOS, si faceva politica senza nessuna autorizzazione

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Il 19 agosto la DIGOS contesta al legale rappresentante dello Scaro Cafe la violazione dell’art. 18 TULPS per la manifestazione del 28 maggio: secondo il provvedimento mancava il prescritto avviso all’Autorità di Pubblica Sicurezza. Eppure, quando Report Sicilia sollevò il caso, fummo sommersi dagli insulti. Una partecipante scrisse: «Io c’ero, ho cantato, tutto era regolare». Gli stessi gestori: «Ciao Peppe. Hai fatto centro» e ammisero che per la piazza non avevano l’autorizzazione al suolo pubblico. Adesso gli screen acquistano tutto un altro significato.

Ci chiamarono «pseudo testata giornalistica».

Scrissero che il nostro era un «articolo inutile e fasullo», che pubblicavamo «notizie false e tendenziose», che facevamo «giornalismo ridicolo e scadente».

Qualcuno arrivò a definire il nostro articolo una «cazzata».

Altri ironizzarono sul fatto che non fosse firmato. Qualcuno ci accusò sostanzialmente di inventare tutto.

E una delle persone che dichiarava di avere partecipato direttamente alla serata arrivò ad assicurare pubblicamente:

«Io c’ero, ho cantato, tutto era regolare».

Era davvero tutto regolare?

Oggi non siamo più noi a porre soltanto la domanda.

Perché il 19 agosto 2026, a distanza di mesi dalla manifestazione e dalla valanga di attacchi contro Report Sicilia, è intervenuta la DIGOS.

E ciò che risulta dal dispositivo che pubblichiamo cambia radicalmente il quadro della polemica.

La DIGOS: contestata la violazione dell’articolo 18 TULPS

Nel documento in nostro possesso si legge testualmente:

«In data 19 agosto 2026, personale della D.I.G.O.S., ha proceduto alla contestazione della violazione dell’art. 18 T.U.L.P.S.»

La contestazione, secondo il documento, riguarda Mattia Grech, indicato nell’atto quale legale rappresentante dell’esercizio commerciale denominato Bar Scaro Cafe, in piazza Ravanusella.

Ma è il passaggio successivo quello determinante.

Nel provvedimento si legge che il 28 maggio l’uomo:

«si era reso promotore di una manifestazione estemporanea a forte connotazione socio-politica»

e che questa si sarebbe tenuta presso il locale:

«senza il prescritto avviso all’Autorità di Pubblica Sicurezza».

Questa è la contestazione formulata dalla DIGOS.

Naturalmente una contestazione amministrativa non equivale a una sentenza definitiva né autorizza ad attribuire responsabilità ulteriori rispetto a quanto scritto nell’atto.

Ma un fatto è difficilmente discutibile:

Report Sicilia aveva posto un problema sulla regolarità e sulle autorizzazioni di quella iniziativa e, mesi dopo, la DIGOS ha formalmente contestato una violazione relativa proprio agli adempimenti preventivi connessi alla manifestazione del 28 maggio.

E pensare che ci avevano scritto: «Non è nulla vero. Io c’ero, tutto era regolare»

Adesso prendiamo il secondo screen.

Sotto il nostro articolo un esercente aveva posto una domanda molto semplice:

«Ma solo a me chiedono 1000 autorizzazioni per un dj che mette la musica attaccato al muro della mia attività?»

La risposta di Vanessa Capraro, che dichiarava di avere partecipato alla manifestazione, fu categorica:

«Ma non è nulla vero. Io c’ero, ho cantato, tutto era regolare e nessuno ha fatto chiudere niente. Inoltre è stata una splendida serata e la gente ha apprezzato».

Sulla bellezza della serata non abbiamo mai avuto nulla da eccepire.

Può essere stata bellissima.

Può avere emozionato centinaia di persone.

Può avere avuto un valore culturale e sociale enorme.

Ma la bellezza di una manifestazione non sostituisce gli adempimenti previsti dalla legge.

E soprattutto, dopo il provvedimento del 19 agosto, quella frase — «tutto era regolare» — assume inevitabilmente un significato diverso.

Perché la DIGOS sostiene che mancasse il prescritto avviso all’Autorità di Pubblica Sicurezza.

Dunque la domanda oggi è semplicissima:

chi raccontava falsità?

Report Sicilia, che poneva domande?

Oppure chi, senza evidentemente disporre di tutti gli elementi necessari, assicurava pubblicamente ai lettori che «tutto era regolare»?

Gli stessi gestori dello Scaro Cafe: «Ciao Peppe. Hai fatto centro»

Ma c’è un altro screen che oggi diventa ancora più significativo.

È il commento pubblicato direttamente dal profilo Scaro Cafe.

Non un avversario politico.

Non Report Sicilia.

Non una fonte anonima.

Gli stessi interessati.

Il commento cominciava così:

«Ciao Peppe. Hai fatto centro».

E proseguiva:

«Ti confermiamo che paghiamo il suolo pubblico e abbiamo tutte le autorizzazioni per il nostro locale, esattamente come tutti gli altri […] salvo l’autorizzazione per il suolo pubblico della piazza».

Vale la pena leggere due volte quest’ultima parte:

«salvo l’autorizzazione per il suolo pubblico della piazza».

Mentre intorno a noi volavano accuse di falsità, gli stessi gestori spiegavano pubblicamente che, per quanto riguardava il locale, disponevano delle autorizzazioni, facendo però espressamente salva proprio quella relativa al suolo pubblico della piazza.

E non finiva lì.

«Il canone commerciale preventivato dal SUAP è di diverse migliaia di euro»

Nel medesimo commento Scaro Cafe spiegava:

«Sarebbe impossibile per noi, come per qualunque piccola realtà associativa, metterci in regola diversamente: il canone commerciale che ci è stato preventivato dal SUAP di diverse migliaia di euro è ben al di sopra delle nostre capacità».

La loro posizione era che iniziative culturali come quelle organizzate in piazza dovessero poter beneficiare di spazi concessi con patrocinio gratuito.

Posizione assolutamente legittima sul piano politico e culturale.

Ma una cosa è sostenere che una regola dovrebbe essere diversa.

Un’altra è verificare quali regole fossero concretamente applicabili e quali adempimenti fossero stati effettuati.

Ed era esattamente ciò che Report Sicilia chiedeva.

«La Questura e tutte le forze dell’ordine ci conoscono molto bene»

C’è poi un passaggio che, alla luce del provvedimento del 19 agosto, assume un sapore quasi paradossale.

Scaro Cafe scriveva:

«Per queste iniziative la questura e tutte le forze dell’ordine ci conoscono molto bene, ci stimano, e siamo sicuri che ti daranno tutte le risposte che cerchi».

Ebbene.

Una risposta, alla fine, è arrivata.

Non quella che avremmo potuto scrivere noi.

Quella della DIGOS.

Ed è contenuta in un atto ufficiale nel quale viene contestata la violazione dell’articolo 18 TULPS perché, secondo quanto riportato nel dispositivo, la manifestazione del 28 maggio sarebbe stata promossa «senza il prescritto avviso all’Autorità di Pubblica Sicurezza».

Non aggiungiamo altro a ciò che dice l’atto.

Non serve.

E adesso rileggiamo gli insulti

Adesso, però, abbiamo il diritto di riprendere gli screen di quei giorni.

Francesco Farruggia scriveva:

«Quali peccati sto espiando per meritare queste pseudo testate giornalistiche in bacheca?»

Plug in:

«Che articolo inutile e fasullo».

Vincenzo Todaro:

«Giornalismo ridicolo e scadente», arrivando a parlare di una «cazzata del genere».

Vanessa Capraro:

«L’articolo riporta notizie false e tendenziose».

Tian Tri:

«Grande Giornalista… mancu si firma!»

E altri ancora contestavano il nostro modo di fare informazione.

Benissimo.

Gli screen non li abbiamo cancellati.

E oggi li ripubblichiamo insieme al documento della DIGOS.

Non per vendetta.

Per memoria.

Perché c’è una differenza enorme tra criticare un articolo e accusare un giornale di pubblicare falsità.

E quando si sceglie la seconda strada bisogna mettere in conto che, se successivamente emergono atti ufficiali, quelle parole possano essere rilette alla luce dei fatti.

«Giornalismo d’assalto». No: giornalismo che fa domande

Qualcuno scrisse anche:

«Giornalismo d’assalto».

Se chiedere quali autorizzazioni esistano per l’utilizzo di uno spazio pubblico significa fare giornalismo d’assalto, continueremo probabilmente a farlo.

Perché un esercente che paga concessioni, autorizzazioni, diritti e occupazione del suolo pubblico ha il diritto di sapere se le medesime regole valgano per tutti.

Un’associazione culturale ha il diritto di ottenere agevolazioni quando la legge e i regolamenti lo consentono.

Ma l’agevolazione deve poggiare su un atto.

Il patrocinio deve esistere.

Le autorizzazioni eventualmente necessarie devono essere richieste.

Gli avvisi prescritti devono essere presentati.

Le regole non possono dipendere da chi organizza l’evento, dalle sue amicizie, dal valore culturale dell’iniziativa o dalla sua collocazione politica.

Ed era esattamente questo il tema dell’articolo.

Sulla fotografia utilizzata allora abbiamo già distinto le questioni

In quella polemica intervenne anche Muta Muta – Festival delle arti orali, contestando l’utilizzo di una fotografia attribuita a Carla Marchetta e riferita a una precedente edizione del loro festival.

È una questione distinta.

Se una fotografia è stata utilizzata senza il corretto credito o riferita a un contesto differente, la contestazione relativa all’immagine deve essere valutata e, se fondata, corretta.

Ma un eventuale errore nell’immagine non trasforma in falsa la questione amministrativa affrontata dall’articolo.

Oggi, soprattutto, non cancella il provvedimento della DIGOS.

Confondere le due cose servirebbe soltanto a spostare il problema.

Non stiamo dicendo che «avevamo ragione su tutto»: stiamo pubblicando un fatto

È importante essere rigorosi proprio perché, a differenza di qualcuno che allora ci attribuiva falsità con estrema facilità, noi vogliamo distinguere i fatti.

La contestazione dell’articolo 18 TULPS non dimostra automaticamente che mancassero tutte le altre autorizzazioni eventualmente necessarie.

Non dimostra da sola che fosse irregolare l’occupazione del suolo pubblico.

Non dimostra tutto ciò che qualcuno potrebbe volerle far dire.

Dimostra però una cosa precisa:

il 19 agosto 2026 la DIGOS ha contestato al legale rappresentante dello Scaro Cafe una violazione dell’articolo 18 TULPS in relazione alla manifestazione del 28 maggio, indicando nel dispositivo la mancata effettuazione del prescritto avviso all’Autorità di Pubblica Sicurezza.

Questo c’è scritto.

Ed è già abbastanza per rileggere sotto una luce completamente diversa quel «tutto era regolare» e soprattutto le accuse rivolte a Report Sicilia.

Ora una domanda agli stessi che ci insultavano: chi deve chiedere scusa a chi?

Noi non chiediamo che qualcuno venga messo alla gogna.

Non chiediamo processi social.

Non trasformiamo una contestazione in una condanna.

Chiediamo però un minimo di coerenza.

Perché quando Report Sicilia faceva domande, qualcuno non rispose con documenti.

Rispose con gli insulti.

Quando chiedevamo delle autorizzazioni ci chiamavano «pseudo testata».

Quando sollevavamo dubbi scrivevano «articolo fasullo».

Quando chiedevamo regole uguali per tutti ci accusavano di pubblicare «notizie false e tendenziose».

Quando un altro esercente domandava perché a lui fossero richieste «1000 autorizzazioni», gli veniva risposto:

«Non è nulla vero. Io c’ero […] tutto era regolare».

Oggi abbiamo un atto della DIGOS datato 19 agosto.

E allora non serve gridare.

Basta mettere gli screen di ieri accanto al documento di oggi.

Da una parte:

«Tutto era regolare».

Dall’altra:

«Contestazione della violazione dell’art. 18 T.U.L.P.S.»

e:

«senza il prescritto avviso all’Autorità di Pubblica Sicurezza».

Poi ci sono gli insulti.

Quelli li lasciamo esattamente dove sono.

A questo punto saranno i lettori a stabilire chi stava facendo informazione, chi stava semplicemente ponendo domande legittime e chi, invece di pretendere gli atti e verificare i fatti, preferì insultare il giornale che quelle domande aveva avuto il coraggio di farle.

E c’è un ultimo particolare: la «forte connotazione socio-politica»

C’è, infine, un passaggio del provvedimento che merita di essere sottolineato e sul quale, almeno per oggi, ci limitiamo a riportare ciò che è stato scritto.

La DIGOS non definisce quella del 28 maggio semplicemente una manifestazione culturale o musicale.

Nell’atto parla espressamente di una:

«manifestazione estemporanea a forte connotazione socio-politica».

Parole della DIGOS, non di Report Sicilia.

Ed è un particolare tutt’altro che secondario, soprattutto se riletto oggi alla luce di ciò che è accaduto successivamente ad Agrigento e del dibattito politico che accompagnò quelle settimane.

Noi, per adesso, ci fermiamo qui.

Perché questo articolo nasce per raccontare un fatto preciso: mentre Report Sicilia poneva domande sulle regole e sulle autorizzazioni, veniva accusato di pubblicare falsità e sommerso dagli insulti; oggi esiste un provvedimento della DIGOS che contesta la violazione dell’articolo 18 TULPS e qualifica quella stessa iniziativa come una manifestazione «a forte connotazione socio-politica».

Gli screen sono lì.

Il provvedimento pure.

E forse, a questo punto, oltre a domandarsi chi avesse ragione sulle regole, qualcuno dovrebbe cominciare a chiedersi anche quale fosse davvero la natura di quella manifestazione e perché chi provò a fare domande venne attaccato con tanta veemenza.

A questa domanda torneremo. Con i fatti, gli atti e, come sempre, lasciando ai lettori il giudizio finale.

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