Agrigento, la forma e la sostanza: bilanci approvati, ma la città è a pezzi. Di Rosa vuole un bilancio partecipativo

La comunicazione istituzionale del sindaco di Agrigento insiste negli ultimi giorni su un messaggio rassicurante e celebrativo: bilanci approvati, rendiconti licenziati, numeri in ordine. Un racconto che però entra in collisione con la percezione diffusa dei cittadini e con lo stato reale della città. Le difficoltà quotidiane, il degrado urbano, la fragilità dei servizi e il clamoroso fallimento del progetto di Agrigento Capitale della Cultura rendono quei numeri ben poco credibili sul piano politico e sociale.
Il punto non è la legittimità degli atti approvati dalla giunta e dal consiglio comunale. Il problema è ciò che manca prima, durante e dopo quei passaggi formali: la partecipazione dei cittadini.
Gli agrigentini assistono alla costruzione del bilancio come spettatori passivi, senza alcuna possibilità di incidere sulle priorità, sulle scelte di spesa, sugli obiettivi strategici.
Il bilancio comunale resta un documento tecnico riservato a pochi addetti ai lavori, lontano dalla vita reale della comunità.
In questo contesto si inserisce la proposta avanzata dal candidato sindaco Giuseppe Di Rosa, che propone l’istituzione del bilancio partecipativo. Non uno slogan, ma un cambio di metodo. L’idea è semplice e al tempo stesso dirompente per la cultura amministrativa locale: coinvolgere direttamente i cittadini nella fase di elaborazione del bilancio, consentendo loro di conoscere, discutere e proporre come utilizzare una buona parte delle risorse pubbliche.
Il bilancio partecipativo, dal punto di vista giuridico, non stravolge l’ordinamento. Non sostituisce il bilancio di previsione e non esautora il consiglio comunale dalle proprie competenze. Si colloca invece all’interno del procedimento amministrativo come fase consultiva strutturata, regolata e verificabile, trovando fondamento nei principi costituzionali di sovranità popolare, buon andamento della pubblica amministrazione e sussidiarietà. È uno strumento di democrazia amministrativa avanzata, già sperimentato in numerose città italiane.
La sua funzione reale va oltre la retorica della partecipazione. Serve a rendere comprensibili le scelte di spesa, a responsabilizzare chi governa e a ridurre quel conflitto latente che esplode puntualmente dopo l’approvazione degli atti, quando ormai è troppo tardi per intervenire. Un’amministrazione che accetta il bilancio partecipativo accetta anche il controllo pubblico delle proprie decisioni, spiegando perché alcune proposte vengono accolte e altre respinte.
L’esperienza di città come Bologna, Milano, Torino o Palermo dimostra che il bilancio partecipativo funziona quando è regolato, continuo e sostenuto da una macchina amministrativa competente. La proposta di Giuseppe Di Rosa chiama Agrigento a una scelta netta: continuare con una gestione opaca e autoreferenziale oppure aprire davvero le porte del municipio ai cittadini.
In una città segnata dalla sfiducia e dalla distanza tra istituzioni e comunità, a causa di una amministrazione locale che non ascolta e non dialoga con i cittadini, il bilancio partecipativo rappresenta un’occasione concreta per ricostruire un patto democratico. Non risolve tutto, ma indica una direzione chiara. Ed è su questa direzione che, durante la campagna elettorale, i candidati sono chiamati a misurarsi.



